sabato 19 giugno 2010

dove sono gli intellettuali?




ho appena sentito in radio una intervista ad una anziana scrittrice, purtroppo non ne ho sentito il nome.
Di slancio, di nuovo, torno su un tema che mi  affligge. L'incapacità di leggere il presente che attanaglia molta intellighenzia attuale.  Da quella musicale alla culturale "alta".
Gli esempi si moltiplicano....
I commenti di giorgio bocca tornano invariabilmente sul suo leit motiv ormai ossessivo di quanto il mondo sia senza ritorno.  In un recente editoriale si è vantato di accendere il computer solo per scrivere il proprio articolo, di non collegarlo mai e dico mai alla rete e di spegnerlo subito dopo per fare altro.
Ha parlato poi di figli e nipoti che dialogano col mondo attraverso il web, senza spingersi all'impudenza di dire che era meglio quando si studiava sugli almanacchi, ma ci è riuscito solo attraverso un autocontrollo titanico. E nemmeno tanto bene. Tra le righe (i grandi giornalisti sono bravi in questo) non era difficile capire chi considerasse più furbo.
Arbasino ci spiegava sul corriere un mese fa, quante cose interessanti e di qualità si potessero fare nei 60, dalla scala al teatro, dai cenacoli intellettuali agli studi degli artisti. E giù a sciorinare nomi oggi famosissimi e monumentali, ma che allora erano spesso sconosciuti o eretici.
Sotto inteso, non come nella milano di oggi. Che non offre niente di tutto questo.
Umberto Eco ci spiega infine che il telefonino è una puttanata e che lui lo usa solo per chiamare il taxi. Poi lo lascia a casa.
La scrittrice alla radio cita le due grandi catastrofi della società italiana.
Lo sfascio della famiglia e il femminismo, che ha confuso i ruoli del maschio e della femmina rendendoli più soli.
Anche in lei il fastidio larvato per il femminismo anni '70 era molto percepibile, e il suo non detto in fondo era un amarcord sulla bella famiglia italiana e sulle donne che fanno le donne e gli uomini veri uomini. Una versione sofisticatissima della chiacchiera da bar. Appoggiata con voce da Cassandra del terzo millennio.
Cosa succede?
Cosa succede ai soi disant intellettuali?
Nei '70 gli intellettuali non giustificavano il gap generazionale certo,  ma almeno lo "studiavano"!
Lo indagavano con gli strumenti critici propri della cultura.
Oggi la boria, la sindrome dei "nostri bei tempi" è diventata un vezzo da esibire.
Gli scrittori, gli artisti, i musicisti adulti e anziani bocciano senza speranza il nuovo che avanza in ogni campo. Dalla tecnologia, che odiano perchè non riescono a capirla, alle nuove abitudini culturali, sociologiche e perfino sessuali!
Ma che mondo è quello che ci chiedono Arbasino, Eco, Bocca? Di che mondo parlano?
Vediamolo!
Ci vorrebbero sposati a vita a persone che magari detestiamo per onorare l'idea morale di famiglia.
Ostili alla rete ed alle sue possibilità e ancorati alla biblioteca, al libro cartaceo, come se una cosa escludesse l'altra! Senza sapere che il massimo editore al mondo probabilmente è amazon...
Ci vorrebbero senza telefonino. A girare per la città e infilarsi nelle cabine telefoniche, così comode...
e poi mogli e madri, e uomini che facciano gli uomini e portino a casa lo stipendio!
E per Arbasino infine, dovremmo andare alla scala, o a sentire Arturo benedetti Michelangeli il grande pianista, certo. E liquidare così i 50 anni di cultura popolare che hanno rappresentato la musica leggera o il cinema.
Snobismi, superficialità.
Certo le mie sono semplificazioni, esagerazioni ma svelano la povertà dell'analisi fatta!
Ed anche la spocchia perdiana. Per Umberto Eco deve essere facile non usare il cellulare, con un esercito di segretarie pronte a rintracciarlo ovunque.
Ma forse per un rappresentante di commercio non dover passare la giornata a caccia di cabine telefoniche e lavorare dalla propria auto grazie ad un cellulare e ad un microfono forse è un vero miglioramento. Forse è qualità di vita! O no?
Faccio del populismo? Eccome se lo faccio! E una volta erano gli stessi intellettuali a farlo.
Ma nel farlo sapevano darci chiavi di lettura della società, saldare passato e presente, farci "capire" il contesto.
Sciascia, in " a ciascuno il suo", fa dire al professor Laurana, un  disincantato insegnate di italiano (interpretato meravigliosamente al cinema da Gian Maria Volontè) questa frase;
"L'italiano non è l'italiano. E' il capire!"
Ecco, il capire.
Sono colpito e dolorosamente dal rifiuto di voler capire di tante menti brillanti.
Costretto a vedere i 30enni  prendersi la responsabilità di spiegare la propria generazione, mentre una volta questa comprensione scaturiva dal confronto dialettico tra loro e i "vecchi".
Ora i vecchi preferiscono giudicare piuttosto che studiare. Usare i visceri e non la testa.
E di nuovo i ragazzi devono prendere ad esempio Pier Paolo Pasolini e la sua incapacità di essere elite.
Citarlo nelle canzoni e nei discorsi, aggrapparvisi come ad un padre nobile.
Ed ecco che citandolo ricordiamo un altra dote che lui possedeva e gli intellettuali di oggi hanno smarrito.
La scomodità.

the searcher

8 commenti:

tarquinio ha detto...

caro signor the searcher,
mi verrebbe da osservare che forse il suo modello di intellettuale e´ piuttosto antico e non e´ da escludere che i nuovi intellettuali siano dei capelloni che fumano gli spinelli e smanettano su internet dicendo saltuariamente anche qualche cosa giusta.
ma ci sarebbe anche uno scenario peggiore: cosi´ come i politici sono lo specchio della popolazione che li vota potrebbe essere lo stesso per gli intellettuali che quindi sarebbero: maria de filippi, fabio cannavaro e biagio antoniacci.
che gliene pare?

the searcher ha detto...

me ne pare un ottima osservazione.. purtroppo.
preferisco lo scenario migliore, che sembra più stimolante.
Le de filippi in fondo esistevano anche nei '70, e mentre Pasolini scopriva le periferie le operaie canticchiavano "io soo gggigi l'ammorossooo!!"
non è che fosse tutto "alto".
Anzi è proprio lo smarrimento che spinge a mitizzare quel periodo.
e forse lo mitizzo anch'io...
Intellettuali giovani, che fumano e dicono cose in rete senza spocchia mi sembra un bello scenario invece.
forse il punto è questo. gli "adulti" non esistono più.
ci si fa "adulti" grazie alla propria capacità di "vedere" le cose e analizzarle.

Biagio antonacci che scrive poesie,si merita un bel post tutto suo. Che non tarderà ad arrivare....
grazie dello spunto tarquinio.

tarquinio ha detto...

mumble, gli adulti che vedono le cose e le analizzano...ma e´ ancora possibile? Nei 70 dell´ italietta provinciale per uno come pasolini era ancora possibile scorgere dei barlumi ma oggi col pianeta globalizzato e lo sviluppo frenetico delle nuove tecnologie cercare di guardare avanti o solo di fermarsi e prendere il tempo per analizzare mi pare impresa titanica

the searcher ha detto...

appunto perché i "vecchi" sono tali ed hanno tempo, mi aspetto uno sguardo d'insieme.
e non la rivendicazione tignosa dei loro anacronismi....
Noi no. siamo troppo di corsa è vero.
forse la novità è che si analizza mentre succedono le cose? mentre si corre?

tarquy ha detto...

analisi a ostacoli, nuova specialita´ olimpica...

bute ha detto...

Il punto forse consiste nel fatto che gli intellettuali del passato, quelli che debuttavano negli anni '60 per intenderci, annegano nel loro stesso "intellettualismo", pratica che la contemporaneità tende a rigettare come romantica e priva di presa sulla realtà.
Non parlo di "cultura" contemporanea, perché, ad essere onesti, bisognerebbe parlare di "culture" della contemporaneità, culture che non si rappresentano in ristretti circoli di intelligenze, ma configurano un'epoca per così dire multicentrica dove orientarsi è spesso fare danno alla comprensione.

the searcher ha detto...

bute è interessante e vero quel che dici.
Te lo ribalto, quando l'analisi intellettuale è diventata romantica ed ha smesso di essere uno strumento di comprensione della realtà?
Forse proprio gli intellettuali di vecchio stampo e "l'intellettualismo" si sono cacciati nel vicolo cieco, oppure è stata la politica, quando di fatto li ha ridotti alla irrilevanza.
Concordo anche che la comprensione e la sintesi del momento storico sia impossibile, è vero.
Però come dice "tarquinio" è bizzarro che su un tema simile mi sembri più vitale questa nostra conversazione rispetto a molti editoriali che leggo in giro!

the searcher


per tarquy... eccola la analisi ad ostacoli! la stiamo facendo.

bute ha detto...

Quando le cose hanno preso ad accadere fuori dai salotti, dalle università, dai libri e dagli editoriali, probabilmente.
Ed azzardo una data per l'Italia: il 9 maggio del 1978. Mentre in altri paesi la fine dell'intellettualismo è avvenuta per gradi, la cultura italiana ha la triste esclusiva di questo risveglio traumatico.
Una folata di vento che ha gelato le nostre intelligenze mentre ancora erano impegnate a discutere dell'utilità e del danno della partecipazione politica.
Dopo l'uccisione di Moro, le parole degli intellettuali dismisero il loro valore costruttivo.
Quattro anni prima era morto Pasolini, l'intellettuale che forse per ultimo e meglio di altri aveva saputo rappresentare una voce critica nell'Italia di allora.
Poi venne la Milano da bere e le conseguenze in termini di debiti morali e culturali che ancora oggi paga il nostro Paese.
Eppure non credo che sia una questione solo italiana, né che la politica, in tutto questo, sia stato l'asse centrale.
La politica, in fondo, è salottiera; la Storia scorrazza all'aria aperta.