giovedì 29 settembre 2011

il lavoro che rendeva liberi




che cosa non mi piace nei ragionamenti sull'innalzamento dell'età pensionabile?
Un sordo fastidio mi attanaglia ogni volta che ne sento parlare, poi ho avuto l'illuminazione.
L'innalzamento della pensione "perchè tanto ormai si vive più a lungo" è il grimaldello per modificae una cnocezione della vita. Proprio così. Più precisamente il rapporto tra esistenza e lavoro.
Quando le aspettative di vita erano intorno agli 80 anni circa,  parlo quindi degli anni 60/70,  si considerava accettabile crescere, studiare e preparasi all'età adulta per circa 20 anni, poi la comunità chiedeva 30/35  anni di lavoro, trascorsi i quali ti potevi riposare, perchè in un certo senso il tuo "debito" alla costruzione della società era pagato. Avevi quindi altri 15, 20 anni in cui osservare il mondo che cambiava, fare cose sempre desiderate (un viaggio, imparare a suonare il sax, dare le briciole ai piccioni) senza obblighi, con una certa leggerezza.
Una fase che poteva essere anche piacevole, se vogliamo.
La "teologia" che sottendeva a questo ordinamento sociale e pensionistico era precisa; l'uomo "deve" lavorare, ma non è nato necessariamente per fare "solo" quello fino ad esalare l'ultimo respiro.
Arrivato ad una età in cui energie mentali e fisiche vengono meno, l'uomo può riposarsi e godersi un serena vecchiaia, Una nuova fase dell'esistenza. Anche grazie al contributo dei più giovani, che a loro volta da vecchi,,,, ecc ecc. Si chiamava "patto sociale". Era figlio di una concezione della vita utopica e libertaria, ma anche ordinata e strutturata di quegli anni.  Anni in cui il lavoro era visto come un parentesi, seppur lunga e soddisfacenti della propria vita. Ma una parentesi appunto.  Una fase, che poteva concludersi. Anni in cui "smettere di lavorare"  non rappresentava un abominio ma un "diritto" addirittura.
Oggi (e senza nessuna discussone di rilevante spessore culturale o men che mai politico) si sta facendo passare il principio che si deve lavorare di più, perché semplicemente si "vive" di più.
Orrendo assioma vero? Il tempo del riposo nelle vecchiaia semplicemente non può dilatarsi. Se succede è un errore.  Rudemente; se muori più tardi, i tuoi 20 anni circa di riposo possono diventare anche 30 e questo la società moderna non se lo può permettere.
Perchè domando io?
Non certo per motivi economici.
Passati al sistema contributivo da quello retributivo saranno cazzi di chuinque decida, quanto e come continuare a lavorare. Quindi postulare che si debba arrivare a 40 anni (40 anni di fabbrica! 40 anni da muratore!) prima di potersi riposare, per non correre il rischio di vivere troppo senza fare nulla è lo sdoganmento di un'ideologia aberrante. Quella dell'azione continua fascista per intenderci,  della stasi, l'ozio che non possono venire tollerati, quasi fossero una colpa e non un legittimo traguardo.
E' la metamorfosi insomma della società avanzata che diventa, come nei peggiori incubi marxisti,  puro "luogo di produzione".
Uomini e donne poi! Tutti in pensione alla stessa età!  Seppellendo l'unico guizzo di galanteria sociale di questo cinquantennio storico e regalando alle donne l'unica parità che forse, si sarebbero volentieri risparmiate.
La vita quindi non più come percorso  deidcato al trittico; crescita/lavoro/riposo.
Bensì; crescita/lavoro/ancora lavorofinoadarrivareviciniallamorte.... e solo allora riposo.
Nel silenzio generale insomma,  una classe politica ha deciso che la soluzione per affrontare un ciclo di ristrutturazioni economiche necessarie al paese, va trovata solo nell'eterogenesi dei fini.
E il bello è che nessun dibattito almeno alto, almeno approfondito sul senso della vita e del lavoro ci ha portato a questo sottinteso ideologico.  Solo l'ansia di far quadrare i conti dello stato, solo la fretta, superficilaità e impreparazione culturale di una intera classe politica e di un intera società, che accettano questo assioma vita=lavoro come dato di fatto.
Almeno nei '70 queste battaglie erano politiche nel senso più alto del termine.
Ora sono mimetizzate e minimizzate nella sciatteria del dibattito contemporaneo. Manca insomma persino il coraggio intellettuale di chiamare tutto questo  dottrina.  Si preferisce, nella alltuale debolezza culturale, liquidarla come emergenza.


the searcher




questa bellissima foto la trovate QUI



venerdì 16 settembre 2011

il deserto RAI





prosegue l'esodo dalla Rai a tappe forzate per arrivare normalizzati, normalizzatissimi all'appuntamento del 2013.
Santoro, FazioSaviano e ora la Dandini. Per tacere della lontananza incomprensibile di Fiorello dalla rai. suo campo naturale di azione.
Pensate, la casa di produzione di “parla con me”  accetta, con questi chiari di luna di tagliare il budget del 5% pur di permettere alla Dandini di restare in Rai. Il Consiglio boccia l'accordo, spalancando di fatto le porte di viale mazzini perchè Serena si accomodi altrove.
Non credo che questa emoraggia di conduttori sia una volontà precisa di Berlusconi. Ormai i consiglieri del re sono così bravi a carpirne gli umori da anticiparne i desideri anche inconsci. C'è un altra componente però a mia avviso da non trascurare.
Quella dell'invida.
Storicamente la destra non ha mai saputo costruire programmi televisivi che coniugassero credibilmente informazione, intrattenimento, satira e un pizzico di spettacolo ("parla con" me appunto). Non è un caso se il Bagaglino viene citato costantemente come unico programma di successo che ha una connotazione tale ( e non c’è da vantarsene..)
La destra italiana alla cultura (anche quella televisiva) è sempre stata asincrona. La ritiene inutile, fighetta, parafrocia,  il vero uomo agisce e non studia. 
Nota bene, non parlo del centro democristiano, ché "La notte della repubblica" di Zavoli fu quanto di più moderato si potesse pensare: con il giornalista padre che interroga e i brigatisti figli prodighi che piangono davanti a lui. Quella era eccellente televisione DC. Paternalista, censoria, moralista, ma fatta decisamente bene.
Parlo della nuova  sgangherata destra che nasce nel 94 (impiantata però nel craxismo, che infati era ignorante e modernista) Che avendo fondato la propria idea di tv,  di comunicazione e di cultura popolare sulle donnine del tabarin anni 50, trova assolutamente incomprensibile il tentativo di fondere approfondimento e intrattenimento.
Di conseguenza i tentativi di portare in tv dei format simili si sono rivelati dei flop epocali (ancora ci ricordiamo excalibur con antonio socci...).
Da provinciale quale è  però la destra italiana disprezza, ma segretamente invidia e “aspira ad essere”.
 Eliminare dalla tv italiana certe voci permette di togliersi molte soddisfazioni; dimostrarsi problem solving con il Capo, vedere le odiose fighette intellettuali strisciare per avere una conferma e cacciarle comunque, ribadire con aria contrita che il problema non è affatto politico ma economico, facendole passare per radical chic che in realtà badano al soldo.
Insomma un sabba di soddisfazioni personali e che ha come risultato finale lo svuotamento della rai di risorse editoriali, ascolti ed entrate pubblicitarie.
Potrei fermarmi qui, ma c'è un rovescio della medaglia. 
I conduttori "di sinistra" non sono innocenti come putti. Spesso usano la situazione per far del vittimismo, per atteggiarsi a perseguitati, ciurlano nel manico per ottenere ottime condizioni economiche e di messa in onda urlando alla discriminazione appena si obietta qualcosa. Insomma non sono esenti da colpa, in cambio però offrono un prodotto di successo, che non è poco. 
Questa dialettica in realtà è fisiologicamente corretta.
Una squadra che funziona prova ad ottenere condizioni migliori economiche e di palinsesto, infatti quando provarono a diminuire la presenza di Vespa su Raiuno il conduttore giustamente si inalberò citando le uniche cose che si possono citare a propria difesa. Gli ascolti. La polemica si sgonfiò in un baleno. La vicinanza del Giornalista al governo (Vespa antiberlusconiano?!) tenne lo scontro nei canoni naturali e si chiuse con mediazioni e soluzioni.
Il punto infatti è questo. Mascherare da contesa editoriale/economica un problema che è politico.  
Questo inquina la dialettica editore/creatore, facendo apparire come incomprensibili le piazzate RAI e  permettendo poi a qualche star televisiva di sinistra di gridare all censura e mettere la sordina a pecche degli show che a volte esistono eccome (vero Sabina Guzzanti?)
Confondendo in questo modo le acque, la rai riesce in un invidiabile primato, sembrare sparagnina e dissipatrice, Censoria e superficiale, politica e qualunquista allo stesso tempo. Una bella impresa. non c’è che dire.

venerdì 8 luglio 2011

berlusconi innovatore?




Mi ha sempre stupito che nessuno abbia provato ad analizzare il quasi ventennio berlusconiano  dal punto di vista del futuro lascito politico, sociale e culturale. Infilandosi invece nel collo di bottiglia della riflessione "morale" diciamo così.
Berlusconi è stato un innovatore?
Io credo di si, ma in un modo che diverso da quello percepito. 
Come ho spesso scritto e penso, berlusconi non ha guidato una transizione culturale, piuttosto ha saputo coglierne i sintomi e diventarne l'interprete.
"Sviluppo senza progresso" diceva Pasolini che tutti citano e spesso a spoposito. Una cosa però aveva colto con chiarezza. Il passaggio dalla civiltà rurale a quella del consumo.
Nella civiltà del consumo lo spettro di cose che possediamo è la nostra personalità.
Questo determina una nuova generazione di esseri umani che si identificano con quello che "possono permettersi". Il passaggio maestro verso questo nuovo modo di intendere il sé  è stata la tv commerciale.
Berlusconi ha aperto una piccola tv per intrattenere gli abitanti della sua città satellite. Ha incontrato un pubblico pronto a farsi travolgere dalla sua intuizione perchè preparato sapientemente da 30 anni di "rischiatutto" di "domeniche in", di "corride" e "Studio uno". La nuova generazione di consumatori era pronta a vivere laicamente e senza sensi di colpa democristiani appunto il consumo.
Dopo le prove generali degli anni '60, berlusconi ha offerto una chiave ancora più profonda e affascinante.
"Tu sei consumo. E devi esserne fiero. Tu sei i tuoi desideri. Non devi vergognartene."
sembra una canzone di vasco rossi....
Questo assunto culturale e sociale ha trionfato per circa 20 anni. Ha cambiato gli italiani offrendo loro un modello di fruizione televisiva e di intrattenimento americano. In cui show e prodotto si parlano, si ammiccano, si fondono.
Berlusconi ha capito che separare consumo da senso di colpa lo avrebbe fatto ricco. Così è stato.
Cosa per altro a cui gli italiani erano largamente pronti e desiderosi dopo i cupi anni '70.
Le sue tv non hanno fatto altro che offrire a questo desiderio un luogo virtuale (le reti mediaset),  beni reali (l'epopea del "prosciutto Rovagnati" di Mike Buongiorno) e  una "narrazione"... per usare una parola di moda.
Berlusconi quindi come modernizzatore di processi e non di contenuti.
Questo è la sua genialità ed il suo limite.
Ha evoluto e cambiato per sempre la comunicazione della tv commerciale, dello sport, della politica.
La tv commerciale sarebbe arrviata comunque sull'omda del passaggio  da "idee" a "consumo" che era pronto per compiersi. Ne ha cavalcato l'onda rilanciando continuamente e ispirandosi ai tycoon d'oltreoceano (con un pò di brianzolitudine certo..)
Ma ora anche in questo settore di cui tanto si favoleggia è in ritardo.
LA tv via cavo non la capisce e non la precede. Quello che sky sta facendo a lui (furto di personaggi chiave, possesso dell'inerzia, senso di contemporaneità) è quello che ha fatto lui a mamma RAI negli anni '80. 
Così  poi è stato con lo sport.
La creazione dell'evento, l'arrivo in elicottero, l'acquisto di star strapagate, sono pratiche statunitensi che lui ha portato nel calcio nostrano, liberandolo di nuovo da un certo senso di colpa cattolico e dalla mortificazione della propria ricchezza cui i calciatori bravi erano democristianamente tenuti. "non ti vergogni di guadagnare così tanto dando calci ad un pallone?'" E' una frase che Berlusconi è riuscito a seppellire con una risposta semplice. "no". 
In politica poi, il suo lascito nella comunicazione e nell'estetica è profondo e defintivo. Credo che sia davvero provinciale e meschino negarlo. Anche qui, berlusconi ha intuito e prima di tutti (ma non prima di craxi) che la personalizzazione, e l'uso di tecniche di racconto pubblicitario non erano la morte della politica bensì la loro casa naturale per il nuovo millennio. 
Nessuno di noi ricorda gesti politici significativi di berlusconi, ma se io scrivo "meno tasse per tutti" ognuno di voi sorride e ricorda il manifesto. Quello vero o la sua parodia, non importa. Il ricordo è fissato. 
In conclusione credo che il suo grande lascito, più culturale che politico, sia l'avere traghettato la società italiana da luogo di incontro a luogo di spesa.
La sua grande intuizione: Far semprare le merci una cosa sexy. 
Ecco, forse per depotenziare definitivamente il berlusconi politico e consegnarlo alla storia,
bisognerebbe riconoscere finalmente il valore del "berlusconismo" come fenomeno sociologico e culturale e il suo sostanziale fallimento come complesso di valori politici.




the searcher


martedì 28 giugno 2011

dal grande fratello al grande telefono



Forse è un parallelismo ardito, ma io credo che la pratica della pubblicazione di intercettazioni telefoniche siano la diretta conseguenza di questi 10 anni di televisione. 
In particolare dieci anni di grande fratello.
Cerco di spiegarmi.
Il grande fratello fece epoca e fece l’impensabile; trasformo il quotidiano, con le sue piccolezze, miserie, in materiale televisivo, in racconto. Il format sancì insomma che la quotidianità priva di talento se non di certe proprie peculiarità caratteriali (la romanaccia tutta core, il toscano che ama fare scherzi) erano degne di diventare show, rappresentazione. A seguire la televisione tutta, passa dalla rappresentazione di una finzione alla fotografia del reale. Un reale, scelto nel corpo molle della società. Palestrati che aspirano ad aprire fitness centre, gatte morte che cercano il bel matrimonio ( e lo trovano….)  pizzaioli, disoccupate.
Il grande fratello ha autorizzato lo spettatore a spiare e commentare i comportamenti minimi, marginali, quotidiani delle persone normali.
Hitchcock diceva che il cinema è la vita senza i tempi morti. Il grande fratello sono i tempi morti senza il cinema.
Questa prima pietra miliare, nella distruzione del diaframma fra finzione e realtà ha provocato la valanga. I people show. Persone normali che vincono 500.000 euro perché sanno qual è la capitale della Francia, o addirittura perché gli è stato assegnato un pacco a caso.
Checché se ne dica, la televisione è un grande laboratorio della morale comune.  Ricordo una concorrente della prima edizione del GF (anno 2000.. vedi a volte le date simboliche)  di cui ero conoscente. Quando lo scoprimmo noi amici eravamo esterrefatti. I genitori non vollero MAI apparire in trasmissione, ed erano affranti di vergogna per quello che la figlia stava facendo. Dieci anni fa, non cento. Da lì siamo arrivati ad una madre che assiste al figlio che tradisce la propria fidanzata in diretta. E che su questo è intervistata.
10 anni  insomma che hanno spostato il comune sentire ed  hanno abituato gli italiani a spiare dal buco della serratura. 
Convincendoli non solo che fosse giusto, ma anche divertente.
Leggere oggi delle conversazioni telefoniche private sul giornale, non è altro che la prosecuzione del grande fratello con altri mezzi. E’la consacrazione di un modo di osservar la realtà che la televisione aveva già legittimato. Una pratica che le persone (il pubblico, l’audicence) percepiscono come assolutamente normale e per di più lecito. Ecco perché quest’onda di sdegno mi sembra oltre che ingenua, presuntuosa e pretestuosa.
LA televisione e i mezzi di comunicazione hanno lucrato per un decennio su questa tendenza nuova e infinitamente meno complicata da creare. Niente corpo di ballo, niente gavetta per i nuovi talenti, niente soldi sprecati in prove, scenografie, testi. Niente Corrado e niente vianellomondaini.
La realtà pura e semplice spiattellata sullo schermo e spalmata sui talk show pomeridiani, ad uso casalinghe che discettano sulle corna di tizio o la stupidità di caio. Ignorante è bello, l’elitismo come insulto alla vera ggente.
Questo atteggiamento ha desacralizzato la privacy. Il passo alla desacralizzazione della politica è stato breve e si è consumato in fretta.
Sublimazione delle sublimazioni, personaggi del sottobosco televisivo, che scelgono come intercambiabili un programma con Emilio Fede o un posto in regione.
Il reality che si fa politica, che si fa intercettazione e torna reality.
Il cerchio si chiude.


the searcher



mercoledì 8 giugno 2011

anno zero. le fredde cifre




Ho fatto un pò di ricerca perchè sono tignoso.
ecco quindi qualche cifra su Santoro
anno zero costa circa 194 mila euro.
Viene vista da uno share del 20% circa. (lo ricordo. la media di rete è 8%)
gli spot vengono venduti a circa 60.000 euro per 30 secondi (dati del 2009).
Anno zero manda in onda nei suoi stacchi circa 20 spot per un totale di 1.200.000 euro.
Anno zero quindi porta ogni settimana alla rai 1 milione di euro.
Lo stipendio del Conduttore  era di circa 600.000 euro l'anno. Pagato con il 60% degli introiti della prima puntata di stagione. Da li in avanti solo guadagni per la rete.
Un bilancio finale.
 Santoro, ha trascorso 3 anni in RAI.
Ipotizziamo circa 32 puntate a stagione (ottobre/maggio) per un totale di 96 puntate.
Diciamo che le puntate abbiano fatto una media di 1 milione di euro l'una?
Significa che Anno zero ha fruttato in tre anni alla Rai 96 milioni di euro grosso modo.
La liquidazione di Santoro è di 2 milioni di euro, circa il 2% dei guadagni generati dal suo programma.
Ecco sarebbe bello che tutta la retorica sui soldi si infrangesse su queste cifre.

Ah.  Per acquisire questi dati non ho dovuto cercare nei fascicoli stasi.
Ho trovato tutto in rete.
Ma certo imprecare è più divertente che cercare.


grazie a:

http://antenne.blogautore.repubblica.it/2011/06/07/santoro-una-miniera-doro-i-numeri/
http://www.controlinformazionemanipolata.com/?p=1533

the searcher

l'inverno del nostro scontento. Santoro e l'anno zero.



Dunque Santoro se ne va.
Lo voleva fare già l'anno scorso, ma la battaglia di principio che si innestò sulla sua trattativa, era allora così rovente che preferì rinunciare. Sapeva di fuga.
Oggi, non a caso dopo una tornata di vittorie amministrative del centro sinistra, e quindi nella percezione generale di un suo momento di forza, risolve il contratto con la Rai.
Intanto uno scoop per voi.
Ebbi occasione di parlare con persone de La7 prima di natale e già allora il tema del suo arrivo era sul tavolo della rete. Con buona pace delle "cassandre dell'epurazione" post-pisapia....
Vediamo questo evento dai vari punti di vista; prima quello che mi interessa di più; quello televisivo.
Santoro, come ha spiegato egli stesso alla nausea, voleva smettere di essere la vestale della sinistra sconfiggenda e tornare a sperimentare in tv. Santoro mira ad essere un creatore di contenuti editoriali ad ampio raggio. Andare in onda si, ma anche produrre, innovare  e perchè no, divertirsi di più.
Potrà fare tutto questo, e su una passatoia rossa,  a La7 a cui approderà sicurissimamente.
Santoro ha sempre ragionato solo su questioni di principio e sempre da star della tv, mai da politico.
Volevano cacciarlo ed ha dimostrato di avere il diritto di tornare in prima serata.
NON per garantire la prularità e sciocchezze simili. Ma perchè in quanto professionista di successo, ne aveva tutto il diritto.  Diritto dimostrato con gli ascolti, che poggiavano su una solida base di telespettatori (non adepti... spettatori.)
Ora, come ogni libero professionista, manager, star del cinema o della tv decide di cambiare aria e cercare altre cose. Certo queste "altre cose" le avrebbe volentieri fate su Rai2, ma le logiche che conosciamo non lo permettevano.
Fine della storia di Santoro. Che non è Gramsci, semmai un Dave Letterman più serio.
Per approfondimenti sull'eterna demagogia dei suoi guadagni e della sua buonuscita vi rimando a questo mio vecchio post. QUI.
Chi vince e chi perde dunque?
Vince Berlusconi sicuramente.
Che non elimina solo Santoro dallo schermo televisivo. No. Elimina Travaglio. Marco Travaglio.
In due trasmissioni Travaglio parlava.; Anno Zero, e Passaparola, messaggio Web settimanale,  trasmesso da Current.
A Current non hanno rinnovato il contratto sui canali Sky e Anno zero emigra da una rete che faceva il 20% ad un altra che fa, nei picchi il 5%.
15% di spettatori generalisti sottratti a Travaglio, cui vengono lasciati il 5% di media di LA7, spettatori figheti, radical chic e già persi in partenza. togliendo finalmente dagli occhi delle casalinghe di Voghera i temibili editoriali travaglieschi e le vignette di Vauro.
Chi perde?
La Rai. Trascinata nelle logiche politiche, una rete che fa una media giornaliera  che è meno della metà  degli ascolti di Santoro, non riesce a ragionare da azienda ma da propaggine politica. Preferisce perdere ascolti e introiti pubblicitari, piuttosto che fare diga contro le ingerenze politiche.
Non ragiona nè da operatore televisivo che sta sul mercato con logiche di concorrenza e profitto e  nemmeno da soggetto realmente politico, che schiettamente sceglie ed esclude.
No. Tronca e sopisce, blandisce e minaccia, rallenta e dissimula.
Fino all'epilogo di questi giorni.
 L'ambivalenza Rai è il vero frutto radioattivo di questa vicenda.


the Searcher

lunedì 6 giugno 2011

Forse non tutti. Comunque molti, per non dire troppi



E così tutti quelli che conosco e che non devono lavorare per vivere hanno girato milano vestiti di arancione e con la spilla di pisapia....
E' difficile essere contenti di un cambiamento, che comunque qualcosa porterà (20.000 persone in coda per stringere la mano al sindaco il 2 giugno. Non succede dai tempi della fine della guerra secondo me...)
ed essere estremamente scontenti per la qualità delle persone che conosci e si considerano le lance aguzze, protagoniste di questo cambiamento.
Radical chic di terza generazione, che vivono una finta povertà fatta di sacrifici non necessari e lussi mimetizzati. Tipo avere il riscaldamento a legna e non andare una mattina che è una in un ufficio a lavorare. Pensando che vivere spartanamente sia bruciare qualche ramo di faggio e non affrontare la 91 milanese per tutto l'inverno. (chi la prende sa di che parlo).

A Milano le persone che dovrebbero piacermi mi stanno sulle scatole;
ragazzi che lavorano sodo nei bar da quando hanno 15 anni, che si fanno il culo nelle panetterie aperte dalle 8 del mattino alle 8 di sera "guavdi mi dia quel pane di semola, 2 focaccine e 3 fvancesini ben cotti gvazie. Ho detto ben cotti, vagazzo!!" E poi mezz'ora alla chiusura per lavare pavimenti e cessi. I banconieri di supermercato, che alle 8,45 di sera puliscono l'affettatrice con una perfezione speranzosa, per quadagnare qualche minuto. Poi alle 9,02 arriva la solita stronza, che chiede 2 etti di crudo e ti tocca risporcarla tutta. e mannaggia, un mezz'ora in più prima di tornare a casa.
Tutte queste persone votano Berlusconi purtroppo.
Comprano televisori piatti, smart accessoriate, i-phone e vestiti di marca. Si fanno la lampada, lambiscono senza mai possederli veramente i congiuntivi. Una volta sarebbero stati l'elettorato comunista naturale. Lavoratori. Ma ora sono senza "coscienza di classe"... fa paura sentirlo dire vero? Eppure è così.  20 anni di deregulation culturale hanno convinto i proletari di essere borghesi ed i borghesi a giocare ai proletari.
Gli  altri, i ragazzi consapevoli delle diversità culturali, che amano i fratelli rom e le sorelle musulmane sono colti, intelligenti, delicati, educati, solidali, ecosostenibili e pure il cazzo che vve se frega.
Lavorano in una casa editrice alternativa, stupiti di non ricevere 2.000 euro al mese solo per il fatto di conoscere andy wharol e Johnatan safran foer. Vogliono fare i registi, i grafici i web designer.
Spesso vivono di rendita. Case che i genitori hanno lasciato loro e che affittano a poveracci. Non producono reddito fresco, campano di rendite come i loro antenati ricchi. Sono i latifondisti del nuovo milllennio... non li sfiora il dubbio che vivere in questo modo. affittando pezzi di case faraoniche comprate dai genitori, riducendo i consumi al massimo per vezzo, per moda e per paura di dover lavorare sul serio sono in realtà i nuovi parassiti. I giovin signori dei nostri giorni.
Non producono nulla, si limitano a vivere, come certa nobiltà di campagna che attingeva reddito dal lavoro dei mezzadri.
Tutti questi votano Pisapia, ovviamente. Sono gentili, carini, sempre con una punta di presunzione e paternalismo, che riescono a nascondere a prezzo di un feroce autocontrollo.
Non sono la caricatura della reazione che i nostri zii hanno potuto combattere negli anni '50, quando bene e male, rosso e nero, randello e cazzotto erano riconoscibili (a seconda delle proprie idee certo).
Qui è tutto più sfumato, più elegante. Il nemico ti assomiglia. Ti piace.
Amano Pispia quelli che dovrebbero temerlo e viceversa.
I fratelli musulmani e rom avranno spazi e attenzione nella città. Nelle periferie soprattutto...in cui saranno quei panettieri e quei baristi a sperimentare l'integrazione vera. Quella del pianerottolo, del ballatoio, del bar.
I retti, i giusti di Pisapia, nei loro rarefatti open-space non vedranno nulla di tutto ciò. Se non lo scoppiettare del legno nella stufa di ghisa fatta venire appositamente dall'austria.
Penseranno contenti che finalmente Milano ha un sindaco di sinistra.
Poi Pisapia farà qualcosa che assomiglia anche solo vagamente ad un gesto pragmatico, reale, non utopico e nemmeno poetico. A quel punto si pentiranno ed andranno in cerca di un nuovo eroe.
tutti insieme, nelle loro birkenstock consumate, come ne "il quarto stato" di pelizza da volpedo.
Nonostante tutto. Mi sento affine alle persone sbagliate e lontano dalle pesone giuste.
Amo queste fighette colte, anélo alla loro approvazione, spero nella loro simpatia. Non sono migliore di loro. Solo più cosciente delle mie contraddizioni.
Questa la situazione.
Anno di grazia 2011. Milano.


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